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Responsabità dell'accompagnamento

L'unico punto fermo che abbiamo e da cui partiremo è che nel momento in cui siamo certi che si è instaurato un rapporto di accompagnamento, il soggetto che viene considerato accompagnatore è responsabile di quanto può accadere, se ha agito con colpa.
l due problemi fondamentali saranno, pertanto, scoprire

Quanto al primo punto le difficoltà nascono nel cosiddetto accompagnamento di cortesia o per spirito di amicizia esimili e non anche nel caso di corsi organizzati da accompagnatori qualificati. In simili casi, infatti, è certo che il rapporto di accompagnamento si è instaurato ed è altrettanto certo che se accade qualcosa l'accompagnatore sarà tenuto come responsabile (sempre se è in colpa). Dunque, la difficoltà nasce nel caso sia di escursioni organizzate dai Gruppi Speleo, sezioni CAI,gruppi parrocchiali, echi più ne ha più ne metta, ma al di fuori di corsi, sia in caso di gite tra amici esimili.
Allora, quando si può dire che stiamo accompagnando qualcuno? Se vado in grotta o in montagna con un mio amico, meno esperto di me, lo sto accompagnando? Dipende.
Se il divario di esperienza è rilevante e il mio amico lo sa e proprio per questa mia maggior esperienza ha deciso di venire con me, ed è tranquillo perché pensa che se gli accade qualcosa io posso validamente aiutarlo, ecco, è meglio che io sappia che con tutta probabilità lo sto accompagnando e, quindi, sono responsabile nei suoi confronti.
Possiamo, allora, iniziare adire che stiamo accompagnando qualcuno e, pertanto, ci rendiamo responsabili nei suoi confronti quando accettiamo, tacitamente o espressamente, di offrire la nostra collaborazione e protezione in relazione, naturalmente, alle nostre capacità.
Se, il nostro buon speleologo o escursionista decidesse di andare a fare un'uscita da solo, in questo caso, prenderebbe tutto il rischio. Sarebbe cioè, ben cosciente che qualunque cosa possa accadere dipenderà da lui, e se la dovrà cavare da solo.
Se, invece, ritiene di non essere in grado di affrontare un'escursione da solo e così chiede ad un amico che ritiene più esperto di lui (e che lo è per davvero) di accompagnarlo, e l'amico accetta, ebbene, in questo caso,non assume su di se tutto il rischio ma, chiaramente, intende dividerne la responsabilità con chi lo accompagna,in relazione, naturalmente a quelle che sono le capacità di quest'ultimo.
Chi accompagna si assume una parte del rischio di ciò che può accadere e la relativa responsabilità.
Non basta questo, però, per dire che si è formato un rapporto di accompagnamento. Serve,verificare anche:

 

Vediamo di iniziare a tirare le fila del discorso. Gli elementi fondamentali alla nascita di un rapporto di accompagnamento sono:


L'AGIRE CON COLPA
A questo punto, verificato se vi è un effettivo accompagnatore, potremmo dire che quest'ultimo sarà ritenuto responsabile di eventuali danni se ha agito con colpa; reggetevi forte perchè ora viene il bello.Quando si è in colpa? Tralasciando i sensi di colpa di ciascuno, che non ci riguardano, nel campo della responsabilità civile (ma anche e soprattutto in quello penale), è fondamentale, innanzitutto, per poter parlare di colpa, che qualunque cosa sia accaduta non sia stata volontariamente causata. Può sembrare una banalità, in realtà è un punto fondamentale e riguarda la "famosa" distinzione tra dolo e colpa.
In caso contrario si parlerebbe e in una ipotesi del genere ci troveremmo di fronte, con tutta probabilità, ad un soggetto chiaramente poco raccomandabile, a cui non credo mi affiderei tanto tranquillamente.
Altro aspetto piuttosto importante è che non solo un'azione può essere colposa ma anche l’omissione, cioè il non aver fatto qualcosa che sarebbe stato meglio fare.
Chiarito questo, si può dire che è in colpa chi agisce o non agisce (cioè non fa qualcosa che avrebbe dovuto fare, alias omissione), con
l) imprudenza, negligenza o imperizia, oppure Il) violando una ben precisa regola di comportamento, volta a prevenire il verificarsi del danno che si è, invece,verificato.
Nel primo caso abbiamo a che fare con regole generiche (negligenza, imprudenza e imperizia), necessariamente sottoposte ad una certa discrezionalità di giudizio e tanto si potrà sostenere che una certa scelta di percorso, ad esempio, è stata imprudente altrettanto si potrà affermare il contrario, aspettando e temendo la decisione di chi deve giudicare. Per intenderci, la negligenza o incuria, in senso stretto, consiste nel difetto di attenzione volta alla salvaguardia altrui. è, cioè, la carenza di quell'attenzione che occorre normalmente nella vita di relazione o che specificatamente è richiesta dall'attività svolta: nel nostro caso l’accompagnatore che non verificasse con attenzione l’attrezzatura dello speleo inesperto (omissione) potrebbe rispondere a titolo di negligenza se, a causa di ciò, si verificasse in incidente perchè l’imbraco non era chiuso alla perfezione.
L’imprudenza, invece, consiste nel difetto di misure di cautela idonee a prevenire il danno. Anche con riguardo all’imprudenza, si distingue tra l'inosservanza delle comuni norme di cautela (es: accendere un fiammifero in prossimità di materie infiammabili), e l'inosservanza di cautele specifiche adeguate ad una particolare situazione o attività, ad es. non attrezzare adeguatamente un passaggio pericoloso (omissione) o armare male un pozzo (azione). L' inidoneità delle cautele sarà poi da valutarsi di volta in volta in base alle regole di comune esperienza.
Se cioè è comunemente noto che affrontare un determinato passaggio non assicurati è pericoloso, bene, la decisione è affrontarlo senza averlo attrezzato adeguatamente verrà ritenuta imprudente, sempre che, naturalmente, l’accompagnato subisca un qualche danno a seguito di tale scelta. L'imperizia, infine, è l'inosservanza di norme e regole tecniche proprie di una determinata professione.
L'inosservanza delle regole tecniche può poi dipendere da carenza di preparazione del soggetto o dalla carenza dei mezzi tecnici impiegati, e qui, qualunque cosa va bene per integrare gli estremi dell'imperizia, dall'uso di corda usurata, se si rompe, ad un armo attrezzato male per inidoneità dei materiali ecc.
Ad ogni modo, e di questo credo ve ne siate accorti da soli, la colpa potrà consistere in imprudenza, negligenza o imperizia, a seconda del punto di vista di ciascuno, e di solito, per comodità, si ritiene sempre l'esistenza di tutte e tre gli aspetti contemporaneamente. Questo
anche perché rimane piuttosto difficile, oltre che inutile, tracciare una ben definita linea di demarcazione tra queste diverse forme di colpa. In fondo, non cambierà molto se l'azione (o l'omissione) sarà giudicata imprudente piuttosto che negligente se, comunque, chi ha agito, o non agito, è considerato responsabile dei danni causati da tale azione o omissione.
Infine, tenete conto che, se definire un comportamento come azione o come omissione può sembrare di poco conto, (per es. stabilire se avere armato male è stata un'azione negligente o un'omissione di cautela), in realtà, in certi casi, può diventare molto importante, ma qui entriamo in un territorio percorso esclusivamente (o quasi) da soggetti tendenzialmente paranoici che cercano appassionatamente situazioni di sofferenza mentale per puro piacere masochistico, quindi giriamone al largo!
Tornando a noi, nel secondo caso di responsabilità colposa di cui si parlava sopra, e cioè la violazione di una ben precisa regola di comportamento, ci troviamo di fronte, questa volta, a norme precise che non danno molto spazio a valutazioni discrezionali. Per chiarire il concetto, l'aver scelto di affrontare, non assicurati, una paretina con passaggi di terzo grado, può essere una scelta imprudente, o meno, a seconda delle capacità tecniche di chi lo affronta e comunque la difficoltà è sempre un concetto suscettibile di diverse valutazioni; ma
l'essere entrati in una grotta o l'aver imboccato, deliberatamente, un sentiero il cui accesso era vietato da apposito cartello, per il rischio di crolli o di valanghe per esempio, implica la violazione di una precisa norma di condotta che impone l'obbligo di osservare divieti e prescrizioni disposti dall'autorità.
Ci sono, ad ogni modo, situazioni che possono escludere la responsabilità, e sono:

Per gli altri casi, molto brevemente, si può dire che di caso fortuito si parla nel caso di avvenimento imprevisto e imprevedibile che rende inevitabile il verificarsi dell'evento. Il caso fortuito spezza il collegamento tra azione dell'accompagnatore ed evento dannoso accaduto all'accompagnato.
Di forza maggiore si parla ogniqualvolta ci troviamo di fronte a situazioni che non possono essere controllate o impedite in alcun modo.
Di stato di necessità quando un accompagnatore si trova costretto, ad esempio, a scegliere tra più possibili soluzioni, sapendo che per ciascuna di queste, non potrà comunque evitare di provocare conseguenze dannose.
Esempio classico è l'alpinista che lascia precipitare il compagno di cordata che, cadendo, rischia di trascinare entrambi nel baratro. Lo stato di necessità non verrà preso in considerazione se l'accompagnatore ha un particolare dovere di esporsi al pericolo. Inutile dire che non esistono norme di legge che indichino su chi o quando, nell'accompagnamento in grotta o in montagna, incomba un tale obbligo.
E con questo chiudo.
Se non avete capito nulla, tutto O.K. Se pensate di avere le idee chiare provate a capire se l'ultima volta che avete portato qualcuno in grotta o in montagna lo stavate accompagnando o no. Vi renderete conto che i binari su cui abbiamo percorso la terra del caos sono un'illusione. In realtà non esistono percorsi precisi, solo tracce; tutti possono andare in qualunque direzione, e, sostenendo le proprie idee, arrivare ovunque.

Responsabilità civile e l'accompagnamento in grotta e in montagna.
Avvocato Alessandra Orrico

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